EXPAT | Essere un’italiana (sola) all’estero ai tempi del Coronavirus

Butto i noodles di riso thailandesi –reisnudeln secondo l’etichetta tedesca, venduti all’equivalente di tre euro per 250 grammi al Ramstore Mall- nel latte di cocco bollente.

Il computer è aperto sulle pagine live di The Guardian e Le Monde con cui monitoro il diffondersi del COVID-19 dalla mia casa di Skopje. La febbre che ho da qualche giorno è finalmente scesa a 38 e festeggio con una zuppa di noodles, che ha un costo proibitivo in una città in cui lo stipendio medio è di 250 euro al mese.

Sono arrivata a Skopje da meno di un mese. Ho lasciato Londra, la città che sento casa, il campo base da cui partono le mie spedizioni più o meno lunghe ad esplorare il resto del mondo, con un Eurostar direzione Parigi in un mattino grigio ferro di gennaio 2020. Ho lasciato Londra con un arrivederci alla primavera, a quel weekend di fine marzo in cui sarei riscivolata nella mia routine come in una pantofola su misura, riabbracciando la famiglia multiculturale che mi sono costruita, tornando a praticare nel mio studio di yoga, riappropriandomi di quelle consuetudini ormai divenute le tradizioni dei miei giorni di ozio londinesi.

Londra – brunch senza glutine con vista da Duck and Waffle

È sempre più facile dire arrivederci che addio. È sempre utile avere un biglietto di ritorno a cui aggrapparsi quando inizi una nuova vita in un Paese -la Macedonia del nord- sconosciuto ai più, tanto geograficamente vicino quanto isolato. Siamo a poco più di un’ora di volo dall’Italia, ma i collegamenti diretti -con Roma, Milano e Venezia- ci sono solo un paio di volte a settimana. Contro i sei voli al giorno che da Londra mi collegavano alla città dove vivono i miei genitori e nonni, Bologna.

Ero a pranzo dai miei nonni giovedì 13 febbraio, prima di partire per una conferenza a Bruxelles. Con la superficialità di chi ha vissuto gli ultimi tre anni in una città in cui la pausa pranzo è un panino al volo mentre si scorre il feed di Twitter, volevo ritirare la crema che avevo ordinato in parafarmacia finito il pasto. Ho poi scoperto che la parafarmacia avrebbe riaperto alle quattro del pomeriggio, ora in cui avrei già dovuto essere in viaggio. Ho chiesto a mia madre di ritirarla lei, visto che sarei comunque ripassata da Venezia nel giro di due settimane per ritirare il visto lavorativo. L’avrei usata come scusa per tornare a sedermi a tavola con la mia famiglia una volta di più. Nonostante la prospettiva di rivederci così presto e nonostante biglietto areo recitasse Zaventem e non Petrovec, quando ci siamo salutati gli occhi dei miei genitori erano ben più lucidi che prima delle mie solite partenze alle sei del mattino verso Stansted. Non chiedetemi come, ma la differenza si sente.

Circa una settimana dopo, il Nord Italia ha iniziato a diramare misure restrittive per ridurre il contagio da COVID-19. Il mio rientro a Venezia è saltato. Oltre alla crema e al mio visto, sono rimaste bloccate in Italia anche le medicine naturali con cui di solito curo le influenze stagionali, e che avevo ordinato all’ultimo minuto contando su quella libertà di movimento che i voli low-cost e il lavoro flessibile ci hanno abituati a dare per scontata. Sarei rientrata in Italia presto, potevo portarmele dietro con calma.

Skopje – salita al monte Vodno

Mi fa tenerezza sentire i miei nonni preoccuparsi per i miei picchi di febbre curati per la prima volta in dieci anni con il paracetamolo invece che con la bryonia. Hanno tutti più di ottant’anni e vivono circondati da province in zona rossa, in una regione in cui i reparti di Terapia Intensiva stanno raggiungendo la saturazione. Eppure, se fisicamente sono già due settimane che seguono le raccomandazioni del Ministero della Salute di uscire il meno possibile, mentalmente sono completamente proiettati verso l’esterno.

E il loro esterno in questo momento sono io.

Quindi, Elisa, com’è Skopje? Quanto costa la benzina al litro? E il latte? Trovi del cibo senza glutine o vuoi che ti spediamo qualcosa? Sei già salita sul Vodno? Si vedono l’Albania e il Kosovo da lassù? Hai sentito un medico, con quella tosse? Non ti possono fare il tampone? Ma lì del virus se ne parla? È sicuro uscire da sola la sera? Hai qualcuno che ti fa la spesa e che ti aiuta in questi giorni?

Cercano di immaginarsi la mia quotidianità in un Paese che i loro amici faticano a collocare sulla cartina geografica, si divertono ad ascoltare gli aneddoti che avrei voluto raccontare loro di persona, seduti attorno allo stesso tavolo. E con il medesimo sforzo figurativo con cui loro immaginano il quartiere albanese punteggiato dai minareti costruiti con i finanziamenti turchi che io sto descrivendo, io immagino loro intenti ad ascoltarmi, immersi nel loro ambiente a me così famigliare nonostante gli anni di lontananza.

Skopje, il quartiere albanese e il Grand Bazaar

I nonni materni sono seduti insieme in salotto, col maglioncino elegante sopra e i pantaloni della tuta sotto, lo smartphone con WhatsApp in vivavoce sul tavolino della carrozzella di nonna, entrambi piegati verso il telefono pronti a discutere la veridicità di ogni dato storico e geografico che citerò. Sulla soglia del salotto ad un certo punto comparirebbe la badante di nonna, più rispettosa dei severi orari della sua routine sanitaria che delle nostre conversazioni, o forse una delle mie zie in visita o addirittura mia madre, che mi urlerebbe figlia! attraverso la cornetta e mi racconterebbe del film che vedranno di lì a poco tutti insieme.

I miei nonni paterni invece si alternano al telefono fisso della cucina davanti al quale sono appese le foto dei miei cugini da bambini, scusandosi perché loro non sono tanto bravi a telefonarmi spesso. Mi racconterebbero della casa in campagna in cui la primavera è comparsa in anticipo, di come stanno le galline e dei lavori di manutenzione che si faranno in preparazione dell’estate, quando la casa sarà abitata quotidianamente da una decina di persone -loro due e i cugini ormai adolescenti- per quelle vacanze estive forse stavolta meno spensierate del solito. E poi di cosa mangeranno per cena, non mancando di verificare con me se, con la mia dieta vegana e senza glutine, potrei mangiarlo oppure no.

Il biglietto per Londra che avevo pagato 60 euro un paio di settimane fa oggi ne costa quasi 800. Io so già che non lo userò. Faccio una videochiamata con l’amica di cui mi perderò il compleanno e con il suo ragazzo, che mi sta preparando una serie di workout casalinghi ora che ho finalmente deciso di riprendere in mano l’attività fisica. Mi dice di prendermela con calma, di pensare prima a guarire del tutto. Arriva il weekend, mia mamma e mia sorella mi propongono di guardare un film romantico insieme a distanza. Normalmente una andrebbe al cinema con suo padre, mio nonno, l’altra fuori con gli amici. Una sera in cui la febbre tocca quasi 40 e ho bisogno di sentire una voce amica chiamo il mio ex coinquilino londinese, mi risponde con un messaggio alle tre del mattino, era a un torneo di poker. La differenza tra la vita di clausura della mia famiglia in Italia e quella ancora spensieratamente sociale dei miei amici londinesi mi colpisce, eppure anche a me le misure cautelari sembravano lontane anni luce solo tre settimane fa. Un altro amico è appena uscito dal cinema, mi scrive di andare in ospedale, di aggiornarlo su come sto. Mi addormento confusa, quando mi sveglio c’è un’amica e ex vicina di casa pronta a tenermi compagnia per un’oretta su Google Hangouts.

Skopje – Square Macedonia al tramonto

Londra e Bologna sono separate da millecinquecento chilometri e da una Brexit che scivola lentamente fuori dalle prime pagine dei giornali. Londra e Bologna sono le città in cui si trovano le mie comunità – quella che mi ha dato la vita e quella che mi ha accolta. E per quanto la scelta di allontanarmi da entrambe per costruirmi una nuova vita a Skopje sia stata presa consapevolmente, non mi aspettavo di venire isolata in una città semi sconosciuta e di cui non parlo la lingua nel giro di tre settimane.

Aggiungo qualche foglia di spinaci e cubetti di tofu ai reisnudeln, sorrido al pensiero che il mio cofmort food dopo quattro giorni di febbre alta sia qualcosa di completamente estraneo alla cultura alimentare in cui sono cresciuta. Voglio festeggiare, apparecchio con cura la mia tavola solitaria, metto su i Collectif 13 che cantano di un posto al sole mentre su Skopje scende copiosa la pioggia. Prima di ammalarmi avevo iniziato a prendere il caffè ogni mattina con un collega francese, mi sa che quando starò meglio i nostri caffè diventeranno casalinghi o all’aperto, in attesa di giorni migliori. È di queste ore la notizia che i casi in Macedonia sono probabilmente molti di più dei tre annunciati fino ad oggi, e che sarò in telelavoro per almeno una settimana. Fuori dalla finestra vedo la ragazza della farmacia indossare per la prima volta una mascherina dopo la pausa sigaretta.

Noodles al latte di cocco, senza glutine e vegani

Prendo una forchettata di noodles, li mastico lenta, gustandomeli, in questa sera solitaria.

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